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Vuoi salvare il tuo museo? Devi diventare qualcos’altro

Perchè guardare solamente alle strategie delle altre istituzioni culturali non ti porterà lontano

 

 

Sono un grandissimo appassionato di serie tv. 

Hai presente Arrow?

Un playboy miliardario, Oliver Queen, che tutti credono morto in un naufragio, torna a Starling City dopo cinque anni trascorsi su un’isola deserta, riaccende le sue relazioni e decide di combattere i criminali benestanti nei panni di un vigilante incappucciato, seguendo una lista lasciatagli da suo padre.

 

Da sempre è una delle mie preferite per:

  • la capacità di raccontare al meglio quella parte umana che in molti supereroi sembra essere sin troppo striminzita e lasciata ai margini.
  • la mission dell’eroe, che assume ancor più valore alla fine dell’ultima stagione: “For five years, I was stranded on an island with only one goal: survive. Now I will fulfill my father’s dying wish to use the list of names he left me and bring down those who are poisoning my city. To do this, I must become someone else”.

 

Lascia ora che ti racconti perché l’ultima frase “Devo diventare qualcos’altro” è diventata mantra per me.

E’ successo a seguito di un altro “incontro”.

 

L’insegnamento di Jay Abraham

 

Una volta finita l’università avrei potuto benissimo cercare uno stage come tanti miei ex colleghi, in un museo o in un’istituzione, ma sono uscito dalla discussione della mia tesi, con due domande in testa: 

 

“Come avrei potuto effettivamente aiutare i musei stando all’interno di un mondo governato da professori, universitari, amministratori, che facevano vangelo di parole scritte trent’anni prima in riferimento a un mondo che si stava evolvendo rapidamente?”

 

“Come avrei potuto combattere gli integralisti secondo i quali insegnare negli ultimi anni Storia dell’Arte veniva prima della pianificazione, della promozione e della gestione di un museo in cui la stessa arte era esposta?”

 

Ho cominciato allora ad approcciarmi a materie diverse, mai sfiorate o solo leggermente durante i corsi accademici, che svariavano dal business al marketing, dalle vendite alla tecnologia. 

Lungo questo percorso, tra un libro e un convegno, mi sono imbattuto in Jay Abraham, uno dei consulenti più pagati al mondo, noto per lo sviluppo di strategie per il marketing a risposta diretta, l’artefice della fortuna di Anthony Robbins. 

 

Una sua frase in particolare mi è rimasta nella testa: 

 

“Il segreto non è ignorare la concorrenza né guardarla per copiarla.

Il vero segreto è guardare la concorrenza per avere la consapevolezza di essere completamente diversi”. 

 

In quel momento ho capito che per aiutare un museo non avrei potuto lavorare dall’interno di quel tipo di ecosistema e copiare le attività degli altri musei. 

Questo cambiamento di paradigma mi ha aiutato a prendere coraggio e abbandonare il mondo della cultura.  

 

La nascita del Metodo Amuse 

 

Il mio obiettivo era uno solo. Dare al mondo della cultura la possibilità di restare competitiva in un un mercato che stava cambiando radicalmente. 

Ho così cominciato a strutturare nel 2015 quello che poi sarebbe diventato il Metodo Amuse®:

  • prendendo spunto da altri settori, completamente diversi da quello in cui ero e da aziende completamente estranee al mondo culturale;
  • cercando di capire quali erano i modelli che realmente funzionavano; 
  • definendo con cura il pubblico, educando il visitatore;
  • guardando a business come Amazon, Netflix, Disney, Uber, Starbucks,
  • studiando i principi di marketing più rivoluzionari e disparati. 

 

Ora sta a te. 

Hai due strade davanti: 

  • puoi continuare a fare le stesse cose che stai facendo adesso, copiando le realtà che stanno facendo male certe cose e sperando di sopravvivere. 
  • puoi cercare di apprendere principi di gestione e marketing che al momento non sono stati applicati in molti musei ma che ho raccontato nel libro Ogni Maledetto Museo

 

Spero e auspico che tu possa intraprendere la seconda strada, visto che stai leggendo questo articolo.